Un divertente gioco per intervistare Dante Alighieri: gli alunni si travestono per vivere l’emozione di incontrare il “Sommo poeta”

Messer Dante Alighieri buon pomeriggio e grazie per aver accettato di incontrarci. Adesso le rivolgeremo alcune domande.

Dante lei che bambino era? Qual era il suo gioco preferito?

Ero curioso ma tranquillo, ai miei tempi i bambini non si potevano permettere capricci. I giochi più comuni erano le biglie, il cerchio mosso da un bastone, la mazza e la boccia di legno o di stoffa (gioco della pelota), la mosca cieca, giochi vari con la palla. 

Come mai ha studiato anche se non era ricco? Come nata la sua passione per la scrittura?

La mia famiglia apparteneva alla piccola nobiltà fiorentina, mio padre era un cambiavalute e non fu un problema pagare un maestro che mi avviasse agli studi. Fu alla sua morte quando avevo 17 anni che per un periodo mi sono dovuto occupare di mantenere la mia famiglia continuando il lavoro di mio padre; ma quel mestiere non mi piaceva. Io amavo scrivere poesie in uno stile chiamato “dolce stil novo” che andava tanto di moda al mio tempo. Ho studiato il latino, ma anche teologia, filosofia, fisica, astronomia, grammatica. La passione per la scrittura mi fu trasmessa dal mio maestro che si chiamava Brunetto Latini ed era uno degli uomini più colti di Firenze. È stato quasi un padre e mi è dispiaciuto molto quando è morto.

Dante lei è conosciuto in tutto il mondo per la divina Commedia, ma cosa ha scritto oltre alla Divina Commedia e cosa fra tutto quello che ha scritto le è interessato di più?

La “Vita Nova”, scritta in lingua volgare, parla del mio amore per Beatrice e rappresentante la perfezione spirituale. In latino scrissi l’opera “De Vulgari Eloquentia” che  parla della superiorità della lingua volgare sul latino. Ho scritto anche brevi poesie famose al mio tempo, chiamate sonetti dedicati all’amicizia e all’amore.

L’opera più interessante resta comunque per  me la divina Commedia perché  è in questo poema che riesco a parlare di tutti gli aspetti e dei modi di pensare della gente di del mio tempo.

Cosa ha ispirato la Divina Commedia e la suddivisione nei tre regni Inferno,  Purgatorio e Paradiso?

Ho scritto la  Divina Commedia  per fare un  viaggio verso la felicità e la salvezza eterna con lo scopo di liberare l’uomo dal peccato. Il viaggio è servito prima di tutto a me stesso:  ho attraversato le brutture dell’inferno, poi la speranza del purgatorio e sono arrivato infine alla felicità nel Paradiso. Nei tre regni ho incontrato molti personaggi del mio tempo! Non immaginavo che la mia opera avesse tanto successo. Certo a molti non è piaciuto che  nell’Inferno e nel Purgatorio, non ho fatto sconti a nessuno: dai papi agli imperatori e nobili famiglie …tutti condannati all’inferno. A qualcuno ho dato la possibilità di purificarsi così da passare dal Purgatorio al Paradiso! Ma sono pochi quelli che si salvano!

A proposito di passioni: come ha conosciuto la sua musa ispiratrice Beatrice e cosa l’ha colpito di lei?

Avevo 9 anni, lei 8: ricordo bene quel 1° maggio 1274. Era la festa di Calendimaggio: la vidi nella folla, con quei suoi occhi azzurri e l’abito rosso porpora, “e il cuore cominciò a tremare sì fortemente che il tremito si trasmise a tutto il corpo”. Mi colpì la sua purezza e dolcezza. La mia fonte di ispirazione è sempre stata l’onesta e gentile Beatrice.

Perché ha sposato Gemma e non Beatrice?

In realtà io e Beatrice ci siamo visti in tutto un paio di volte, di sfuggita. Non so nemmeno se provasse qualcosa per me. E poi eravamo già fidanzati: io con Gemma e lei con un ricco banchiere.

Cosa ha provato quando Beatrice è morta?

Povera la mia Beatrice: quando morì, nel 1290, aveva solo 24 anni. Ho provato un grande dolore e per lei che ho scritto la mia opera più grande collocandola nel Paradiso.

Cosa ne pensa dell’amore? 

Ho un’idea profonda e umana dell’amore; penso sia presente in ognuno di noi quando veniamo al mondo. È un sentimento nobile di elevazione e di perfezione

Qual è stato il giorno più sofferente della sua vita?

È stato il giorno in cui sono stato condannato all’esilio. “L’esilio è così doloroso: non immagina quanto sa di sale lo pane altrui”

Come mai si è dedicato alla politica? Qual era il suo sogno?

Io ho avuto sempre delle idee molto chiare a proposito di politica, mi schierai con i Guelfi Bianchi che volevano difendere Firenze dal potere di papa Bonifacio VIII che si era impadronito della mia città; questo mi costò la condanna all’esilio e il pagamento di una multa mai pagata, per tale motivo fui condannato a morte e per questo non fu possibile rientrare nella mia città! Il mio sogno era riportare la pace a Firenze. 

Messer Dante, grazie per la sua disponibilità, per averci donato il suo tempo.

Speriamo non averla annoiata, anzi di averla divertita!

La redazione “Un mondo di amici” e le classi IVB e IVC

Disegno di Samuele Giglio

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